Psicologi di Azione contro la Fame e rifugiati durante una sessione di gruppo mirata ad aiutare le famiglie a superare il trauma che hanno subito. Foto: F. Seriex, ACF

Le paure di una mamma in attesa

“Ho paura… di tutto” dice Khounav, 29 anni, mamma e rifugiata siriana. “Ho sempre incubi. È come se fossi incinta per la prima volta. So che può suonare strano, ma qui mi sento persa, come se avessi dimenticato tutto. Ho un bisogno disperato di consigli”.

Khounav è incinta del suo secondo figlio, fortemente voluto. Ma invece di attendere l’arrivo della sua bambina con emozione, è estremamente preoccupata. Sei mesi fa i combattimenti in Siria hanno costretto la giovane madre a fuggire dalla sua casa, insieme a suo marito e al suo primo figlio di sei anni. Sono stati costretti ad abbandonare tutto – le loro famiglie, i loro lavori e il loro stile di vita. 

Uscita dall’autobus che l’ha portata in un campo di rifugiati in Iraq, nel bel mezzo del nulla, Khounav era terrorizzata dalle terribili condizioni di vita – una piccola tenda di plastica senza attrezzature e con ridottissime scorte di cibo. Mentre si trovava di fronte a un futuro così incerto, Khounav ha scoperto di essere incinta.

Persino in circostanze normali la gravidanza può essere un’esperienza spaventosa, ma affrontarla in un campo rifugiati, senza avere a disposizione una vera casa, dei vestiti o dei soldi e con l’ospedale più vicino a miglia di distanza è un’esperienza davvero terrificante. 

Un viso amichevole dà speranza in un tempo difficile

Per il suo bisogno disperato di aiuto e conforto, Khounav aspetta con ansia la visita del team psicosociale di Azione contro la Fame, che fa visita regolarmente alla sua tenda, assicurandole supporto e una faccia amichevole – qualcuno a cui lei possa confidare le sue preoccupazioni.

La sua paura più grande è di partorire nel campo, lontana dalla sua famiglia a da cure mediche appropriate. “A Damasco avevo un’ostetrica bravissima, ma qui… non mi fido del dottore del campo. Ho paura del dolore e di chi si occuperà del mio bambino se qualcosa andasse storto” ci racconta. “La scorsa settimana sono caduta e ho provato un dolore terribile. Naturalmente ero molto preoccupata per il bambino e sono andata dal dottore, ma mi ha rimandato a casa senza neanche una visita. Non mi ha detto niente, non so cosa sia successo, non ha neanche risposto alle mie domande, forse perché non parliamo la stessa lingua. Mi ha fatto sentire così isolata, spero davvero che la mia bambina stia bene”.

“Avevo una vita bellissima prima”

Gli incontri di Khounav con Suzanne, l’operatrice di ACF, sono il punto più alto della sua settimana, e le danno l’opportunità di avere compagnia e per ricordare la sua vita precedente in Siria. “Avevo una vita bellissima prima – ricorda Khounav con un nodo alla gola – avevo una bella casa, la vita andava bene. Lavoravo per un’azienda alimentare, dove mio marito era supervisore”.

Oggi suo marito fa lavori saltuari e sempre diversi ma senza alcuna stabilità, cosa davvero difficile da accettare per lui. Dato che nel campo sono arrivati relativamente da poco, non hanno soldi e fanno affidamento sulla generosità dei loro vicini per i vestiti dei loro figli. “Tutti è difficile qui, ho persino dovuto cucire la parte inferiore della tenda per tenere lontani gli scorpioni e i serpenti. Ho anche paura degli incendi, ce ne sono stati alcuni recentemente – continua – e fanno un sacco di attacchi. Le persone sono aggressive con me e mi criticano perché sono rimasta incinta da rifugiata. Mio marito non dice niente, ma sa quello che sto passando. Neanche lui è felice della situazione, ma riesce a gestirla meglio di me”.

Khounav è anche preoccupata per suo figlio, Aras, e ha confidato alla sua assistente che iscriverlo a scuola potrebbe alleviare le sue preoccupazioni. 

Recentemente, le condizioni di vita della famiglia sono migliorate. Ora vivono in un rifugio rialzato con elettricità, servizi igienici individuali e, recentemente, è stata installata un’unità di aria condizionata, che rende la vita tollerabile quando le temperature superano i 50°C. “Senza l’aiuto di Suzanne, penso che avrei tenuto dentro la mia bambina – scherza Khounav – amo le sue visite, mi dà l’opportunità di chiederle consigli e informazioni su cosa devo fare quando la piccola arriverà”.

Durante il suo primo parto, Khunav aveva potuto contare sull’aiuto di sua mamma, ma questa volta non c’è garanzia che lei o qualcuno della sua famiglia sia lì per aiutarla. Per fortuna, aiutare Khounav durante il parto fa parte dei compiti del team psicologico di Azione contro la Fame quindi non sarà completamente sola. Inoltre continueranno a visitarla dopo la nascita della bambina, tenendola per mano durante uno dei momenti più vulnerabili e allo stesso tempo più preziosi della sua vita.

 

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