© Samuel Hauenstein-Swan

II medico che è rimasto in Repubblica Centroafricana

Il dottor Jean-Chrysostome Gody, 58 anni, è direttore dell’ospedale pediatrico di Bangui. La divisione di supporto sulla nutrizione è gestita da Azione contro la Fame. Dottor Gody è uno dei pochi medici che è rimasto in Repubblica Centroafricana quando il Paese era nel pieno di un violento conflitto 3 anni fa 

“Sono convinto che non si vive solo per se stessi, ma anche per gli altri – ci spiega il dottore – Quindi mi vergognavo di lasciare la gente a soffrire da sola per poi tornare indietro. Non sarei riuscito a guardarli negli occhi, non potevo vivere con questo pensiero”.

Nei primi mesi del 2013, i combattenti Séléka hanno preso il potere a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, causando una serie di rappresaglie da una milizia cristiana detta anti-balaka. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite dalla città, per evitare di trovarsi nel fuoco incrociato. Tra questi c’erano molti medici e studenti di medicina, che sono andati all’estero. Dopo l’elezione del nuovo presidente a marzo 2016, nel Paese ci sono state ancora diversi episodi di violenza sporadica. Un milione di persone – un quinto della popolazione – sono ancora sfollate. Il dottor Gody e altri tre medici che sono rimasti hanno tenuto aperto l’ospedale per tutto il periodo peggiore per il Paese, accogliendo adulti e bambini feriti durante il conflitto.

“Molti bambini sono stati feriti da proiettili: durante la prima settimana arrivavano in ospedale fino a 30 bambini al giorno – ricorda il medico – Abbiamo dovuto effettuare un sacco di amputazioni. Dopo due settimane ci siamo accorti di essere completamente sopraffatti dal carico di lavoro e abbiamo dovuto riorganizzare l’intero sistema con l’aiuto di organizzazioni umanitarie. Queste collaborazioni per noi sono state fondamentali”. 

Dottor Gody ci spiega che lavorare senza personale, costretto a fuggire, è stato una vera sfida: “Abbiamo dovuto lavorare sodo, metterci in gioco sia psicologicamente sia fisicamente e rivolgerci a organizzazioni umanitarie che sono venute in nostro aiuto, come Azione contro la Fame”.

Il pediatra vuole anche lanciare un messaggio ai suoi colleghi: “C’è tanto da fare come medici in Repubblica Centrafricana, sia per chi è nato qui sia per chiunque nel mondo voglia aiutarci. Noi siamo in pericolo, ma siamo ancora qui” conclude.

 
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