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Giornata Mondiale della Salute: una minaccia per i bambini malnutriti

La vulnerabilità dei più piccoli, la fragilità dei sistemi sanitari nel Sud del mondo, l’impossibilità di garantire la “distanza sociale”, il “no” a soluzioni copia e incolla. 

Trattamenti salvavita, distribuzione di viveri e azioni in tema di igiene le attività messe in campo da Azione contro la Fame nei Paesi in cui è impegnata.


La salute di 821 milioni di persone nel mondo è, oggi, a forte rischio per via del Covid-19. Si tratta di uomini, donne e bambini che già soffrono di fame e di malnutrizione e, a causa di un sistema immunitario fortemente indebolito, rischiano di non sostenere gli effetti di un eventuale contagio da coronavirus in contesti già colpiti da conflitti, disastri naturali, epidemie e povertà”.

È l’allarme lanciato, in occasione della Giornata mondiale della salute, che cade il 7 aprile, da Simone Garroni, direttore generale di Azione contro la Fame.

Grazie al lavoro svolto dal suo pool di esperti in tema di salute, Azione contro la Fame è già attiva negli oltre 50 Paesi in cui è impegnata per dare seguito a un piano di emergenza articolato e integrato che mira a contrastare la diffusione della pandemia nel Sud del mondo e a contenerne gli effetti all’interno di comunità colpite, duramente, dalla fame e, in particolare, dalla malnutrizione infantile. 

La vulnerabilità dei bambini malnutriti

“Al momento - ha dichiarato Bruno Abarca, tecnico dei settori salute e nutrizione dell’organizzazione - mancano i dati per comprendere in che modo il virus impatterà sulla salute dei più piccoli. In Europa e negli Stati Uniti, Covid-19 colpisce, soprattutto, le persone anziane con problemi pregressi. Dobbiamo, ora, chiederci cosa accade se esso viene contratto dai bambini già colpiti da malnutrizione o malaria. Potrebbe essere una catastrofe”.

Sistemi sanitari fragili e “fuga di cervelli” dal Sud del mondo

“In queste zone è estremamente difficile aumentare l’apporto di personale sanitario, ma nonostante ciò, la nostra capacità di risposta è enorme - prosegue Abarca che è anche professore associato di Sanità pubblica nell’ambito di emergenze umanitarie complesse alla George Washington University -. Stiamo parlando di luoghi che presentano strutture sanitarie precarie, in cui il personale sanitario, in alcuni casi, è andato via dal Paese. Qui la fuga dei cervelli ha un percorso molto chiaro, da Sud a Nord, rendendo la soluzione al problema ancora più difficile. In tal senso, siamo già all’opera per rispondere all’emergenza con strumenti a supporto delle missioni, dando la priorità ai trattamenti salvavita, con anche distribuzione di cibo o acqua”.

“Un caso su tutti è il Burkina Faso: con una popolazione di circa 21 milioni di persone, nell’ipotesi in cui tutte le misure vengano attuate, avrà bisogno di 1.200 letti di terapia intensiva - ha aggiunto Antonio Vargas, medico e responsabile salute e nutrizione di Azione contro la Fame -. La realtà è che, in tutto il Paese, ci sono solo nove posti letto; una situazione molto simile accade anche in altri Paesi”. 

La distanza sociale: una misura che spesso non può essere garantita

“Molti ritengono che, in alcuni territori del Sud del mondo, la pandemia possa non influire sulla salute in modo eccessivo, in ragione di popolazioni più giovani, ma si tratta una prospettiva non realistica - prosegue Abarca -. Tali aree, in verità, sono molto più a rischio. E per altri motivi. Il livello di trasmissione potrebbe rivelarsi più elevato perché le persone vivono in aree affollate, in cui non viene garantita la necessaria distanza sociale”.

È il caso del campo di Azraq, in Giordania, che ospita 35.000 rifugiati, e oltre il Medioriente, di Cox’s Bazar, in Bangladesh. Il campo profughi più grande al mondo ospita, infatti, quasi un milione di persone appartenenti alla comunità Rohingya.

Le “soluzioni copia e incolla” non funzionano

“Per questa ragione - continua Vargas, che negli ultimi venti anni si è occupato, in qualità di medico, delle epidemie di morbillo in Angola, di meningite in Sudan, di colera in Congo e di Ebola in Guinea - sappiamo che le soluzioni copia e incolla, in questi scenari, non funzionano. La stessa ricetta utilizzata in altri contesti, come quello europeo, non può essere attuata. Le strategie di contenimento o mitigazione messe in atto in Europa sono molto complicate e impossibili da promuovere. In Italia, le persone possono stare a casa, ma un numero significativo di persone, nel mondo, non ha riparo o risorse per cercarlo. La limitazione della mobilità, inoltre, rischia di generare il collasso di queste fragili economie. In tal senso, Azione contro la Fame sta lavorando per proteggere chi rischia di patire, maggiormente, delle complicazioni più gravi di questa malattia con l’obiettivo di diminuire la pressione esercitata sui loro sistemi sanitari”. 

Le azioni promosse da Azione contro la Fame

Azione contro la Fame sta, così, incrementando il “peso specifico” delle attività WASH (Water, Sanitation, Hygiene), consapevole dei dati legati a una indagine condotta in Pakistan. Tale ricerca ha dimostrato che nei bambini con meno di 5 anni di età sottoposti a una educazione al corretto lavaggio delle mani l’incidenza della polmonite sia inferiore del 50%. In tal senso, lo scorso anno, l’organizzazione ha supportato quasi 9 milioni di persone con programmi di acqua e igiene, il 42% in più rispetto all'anno precedente. Questa crescita è stata trainata principalmente dalle attività promosse in Paesi come il Pakistan (+ 97,6%), il Kenya (+ 97,5%), i Territori Palestinesi (+ 80,8%) e l’Indonesia (+ 73,4%). 

“Abbiamo, inoltre, sviluppato un’unità di crisi all’interno dell'organizzazione; il coordinamento è stato istituito sia a livello gestionale che a livello tecnico - ha dichiarato la referente ricerca e analisi di Azione contro la Fame Dieynaba N’Diaye, esperta dell’organizzazione in tema di epidemiologia e salute -. Segnaliamo anche le esigenze delle missioni e formuliamo loro raccomandazioni operative per settore di attività. Per esempio, sensibilizziamo il personale e le persone che si trovano all’interno dei nostri centri sanitari sulla prevenzione legata al rischio di diffusione del virus con volantini e poster; forniamo alle strutture le attrezzature necessarie (maschere, gel, fazzoletti); attuiamo circuiti specifici per la gestione dei flussi in entrata e in uscita, prevedendo anche diverse sale d'attesa per malati; gestiamo, in modo appropriato, la raccolta dei rifiuti”. 


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