Diario di viaggio dal Bangladesh

Marco, Licia e Mahamud

GIORNO 1 - Arrivo a Cox's Bazar

Eccoci, io, Marco Restelli, giornalista dell’Espresso, e Mahmud, operatore di Azione contro la Fame in Bangladesh. Sarà lui a guidarci attraverso quello che è il campo profughi più grande del mondo: Kutupalong, Balukhali e, più a Sud, Teknaf, passando per svariate nuove estensioni, che sono diventante un unico grande agglomerato di rifugi per i circa 900.000 profughi Rohinga in fuga dal Myanmar.

Dimenticavo, manca all’ appello Gabriele Cecconi, il fotografo, che da subito, con la sua macchina fotografica, è entrato in una sorta di smania di fermare per un istante, volti, immagini, ricordi e sensazioni di questa parte di mondo che, nonostante la grande povertà, si emoziona ancora davanti ad un tramonto.

Dopo un viaggio lunghissimo, questa è la spiaggia di Cox Bazar – la nostra base di partenza. 

È uno dei posti turistici più famosi del Bangladesh e sono tanti i locali che vengono qui in vacanza anche solo per qualche giorno, con la famiglia, per godersi il mare. Ci si fa il bagno vestiti, con abiti dai mille colori, perché il Bangladesh è un paese musulmano e quindi niente costumi. Si ride, si gioca e ci si fa i selfie come fanno tutti i giovani del mondo.

A pochi km da qui sono tanti, tantissimi i giovani che vivono tutta un'altra realtà. Forse è anche per questo che alle 18 puntuali i poliziotti diffondono con un megafono la sirena che invita tutti gli ospiti a lasciare la spiaggia, una sorta di coprifuoco. Con il buio il posto non è più sicuro. Domani mattina si parte proprio con le norme di sicurezza da Azione contro la Fame. Pare che le violenze in queste ultime settimane stiano aumentando e non è facile mantenere l’ordine.

Stay tuned!  Vi portero’ con me, per chi vorrà.
Licia

GIORNO 2 - Campo di Kutupalong

Giornata intensa, piena di emozioni e pensieri.

Il primo va ai miei colleghi di Azione contro la Fame ed è un grazie. Grazie per lo straordinario lavoro che fanno. Qui non è facile. È una situazione di emergenza e passiamo un’ora a parlare delle misure di sicurezza: vietato guidare, vietato prendere i mezzi locali, vietato uscire a piedi dopo le 19 (solo in macchine autorizzate con driver di Azione contro la Fame), vietato uscire dalle 23 alle 5. Sono misure di mitigazione del rischio perché nelle ultime settimane le violenze nel campo e fuori stanno aumentando e bisogna stare attenti. È anche vero che si lavora talmente tanto che alle 23 si sta volentieri a casa a riposare, ma tant’è, è un po’ una libertà vigilata! Massimo rispetto quindi per chi sceglie di fare questa vita. E grazie per la vostra umanità.

E poi c’è il campo: sono tanti, tantissimi, gli occhi neri che incroci appena entri al campo di Kutupalong. Ti guardano dritto negli occhi, i bambini, come gli adulti, ad aspettare un sorriso, un saluto, o solo uno sguardo, semplicemente occhi negli occhi.

Vorrei raccontarvi tantissime cose:  l’instancabile lavoro di Azione contro la Fame per prendersi cura dei bambini severamente malnutriti; la professionalità di tutto lo staff e dei numerosissimi volontari Royinga con la loro felicità nel sentirsi utili alla comunità (oltre a percepire anche un incentivo economico); vorrei raccontarvi la storia di Sadida che ha solo 20 anni ed è simile a quella di tante donne qui al campo, scappata dalle violenze dei militari del Myanmar che le hanno ammazzato suo marito, un anno fa, con due figli Jasmine, di 12 mesi e Amas di 2 anni e 6 mesi, entrambi malnutriti; e poi il centro di salute mentale, i 5000 pasti in media forniti da Azione contro la Fame ogni giorno, i punti d’acqua e le cucine a biogas messe a disposizione della comunità.

Ma quello che voglio più di tutto raccontarvi è il trionfo della vita anche nelle condizioni più disperate. Questo è quello che mi porto dietro più di tutto: i giochi dei bambini, anche quando si tratta di giocare nel fango. La gioia di una doccia fatta con un catino quando ci sono quasi 40 gradi e un tasso di umidità terribile. La cura di un fratello che dopo essersi lavato lava anche il fratellino.

"BYE, BYE" dicono sempre i bambini. Chissà perché hanno imparato a dire "BYE BYE" e non "Hello"…forse perché qui le persone arrivano, guardano e vanno, così come facciamo noi del resto. Noi andiamo. Per fortuna  Azione contro la Fame rimane ed è lì tutti i giorni a fare in modo che la vita trionfi sempre.

GIORNO 3 - Campo di Hakimpara

Oggi ci avventuriamo ancora più a Sud, oltre l’immensità dei campi di Katupalong-Balukhali, per andare nel campo di Hakimpara dove Azione contro la Fame è la ONG coordinatrice responsabile di tutto il campo.

Sì, perché il governo del Bangladesh, per tenere sotto controllo la situazione, si affida alle ONG, identificando per ogni campo un referente/leader per il coordinamento dell’aiuto. Questo per rendere il tutto più efficiente e per rispondere al meglio ai bisogni.

Per arrivare al campo attraversiamo tutta la campagna ed è bellissima, lussureggiante, di un verde fantastico. L’emergenza Rohingya ha portato al disboscamento totale di tutta l’area oggi occupata dai campi profughi, un impatto ambientale, oltre che sociale, devastante.

Il caldo è terrificante oggi, ci si muove lentamente ma si suda di continuo. Così Nahida mi aiuta con il mio hijab, che dovrebbe ripararmi dal sole. È talmente entusiasta di come sto, che ci facciamo fare un sacco di foto e tengo il velo per tutto il tempo della visita al campo!

Nahida ha 18 anni ed è del Bangladesh, precisamente di Cox’s Bazar. Studia e fa la volontaria per Azione contro la Fame, vuole fare esperienza, chissà, magari poi lavorerà nella cooperazione! Lei segue i gruppi di discussione sui bisogni, fa sensibilizzazione sull’ igiene, la salute…è solare Nahida e come tutti i ragazzi di 18 anni, ha i suoi sogni. Tra questi quello di vedere i suoi amici Rohingya ritornare nelle loro case.

E poi c’è Husain, lui non parla, emette solo dei versi. Suo padre è morto quando era bambino e per lo shock ha perso la voce, ci dice un suo compagno.  È Rohingya e anche lui è un volontario.  È  speciale e da subito si preoccupa di farci stare bene. Persino mi sventola un cartone per farmi aria. Mi dice di tenere d’occhio il cellulare. Mi fa strada. Soprattutto, fin da subito, mi vuole raccontare, a suo modo, cioè attraverso il teatro. Sì perché lui fa parte del gruppo di teatro del campo. Ce ne sono 2, uno di Rohingya e uno di locali e fanno regolarmente spettacoli. Perché non c’è solo bisogno di cibo e acqua, mi dicono, ma anche di intrattenimento. La vita che vince ricordate?

E allora Husain ci racconta. Con il teatro. Con i gesti e i suoi versi. Ci racconta che i militari in Myanmar arrivavano nei villaggi e sparavano. Ci racconta cose terribili come le fosse comuni e di come i militari vi buttassero dentro anche le persone vive, per poi sparargli, di come tagliavano alle donne le pance con dentro i loro bambini, delle violenze e degli stupri. E poi ci racconta dei 5 giorni di viaggio, per scappare dai militari, della paura, della sensazione di gioia quando sono arrivati in Bangladesh e ce l'hanno fatta. Rimaniamo in cerchio ad ascoltarlo. Immobili. Non ci sono applausi al termine del dramma ma abbracci e Marco a stento trattiene le lacrime e Gabriele non riesce neanche a fotografare e io, che volevo fare un video, alla fine mi sono accorta che ho fatto solo delle foto. E mi spiace perché così non potete vedere, ma forse, spero, vi saranno arrivate le mie emozioni, spero.

A domani.

GIORNO 4 - Rhoingya e comunità ospitante, umanità nella povertà

"Un grande atto di umanità quello del Bangladesh, nell’accogliere i Rohingya in fuga". Questo penso dopo aver visitato le comunità bangladesi che Azione contro la Fame supporta con i suoi programmi di sviluppo.

Da lì comincia la nostra visita di oggi. Non dimentichiamoci infatti che il Bangladesh è un paese piccolo (quasi la metà dell’Italia), con una densità demografica tra le più alte al mondo e molto povero. Azione contro la Fame lavora nel Paese dal 2007, molto prima che ci fosse l’emergenza dei Rohingya e non ha smesso di lavorare anche in favore della popolazione locale, che, anzi, oggi ha ancora più bisogno.

Ce lo raccontano le donne del villaggio di Piukpara, a 3 km dal campo di Katupalong, ricordate? Uno dei più grandi. Qui ci accoglie un gruppo di donne elegantissime nei loro colori smaglianti.

Una bella storia di integrazione religiosa, visto che convivono qui buddisti, mussulmani e indù. Le donne lavorano come domestiche nelle case dei più ricchi oppure aiutano i contadini nei campi di riso, di melanzane e di chili e gli uomini fanno lavoro saltuari, per le infrastrutture o in agricoltura. Con l’arrivo dei Rohingya, i salari si sono abbassati, mentre il prezzo del cibo è aumentato, come anche quello dei tuk tuk, il tradizionale mezzo di trasporto.

Queste donne sono beneficiarie dei programmi di Azione contro la Fame di unconditional cash grants, ovvero ricevono denaro gratuitamente e possono farne quello che vogliono, senza condizioni. Sì sembra banale ma non lo è. I finanziamenti vengono dati alle donne, nelle famiglie vulnerabili, dove sono il motore della casa e quasi sempre il risultato è che, al di là dei bisogni materiali del momento, i soldi vengono investiti e anche bene! Tra le donne si distingue Bappy. È  la leader del gruppo perché la più carismatica ma anche la più istruita, dicono le altre. È  arrivata fino alla classe 7° (su 10 classi di scuola di base)!

 Bappy, per esempio, con il finanziamento di Azione contro la Fame ha comprato una capra, che poi ha fatto una capretta che ha venduto ricavandone altro denaro! Piccole cose, che cambiano la vita. Bappy ha un sorriso bellissimo e parla per le donne del gruppo. Tra i desideri che ci rivolgono c’è quello di trovare un finanziamento anche per ristrutturare il loro tempio buddista, ci portano a vederlo, preghiamo insieme e dobbiamo davvero fare fatica a non accettare il loro invito a pranzo perché dobbiamo scappare.

La generosità e l’ospitalità di queste persone è incredibile e fa commuovere. Ci salutiamo promettendo che, prima o poi, torneremo per accettare l’invito a pranzo e solo così riusciamo a ripartire.

Andiamo poi a visitare i programmi di cash for work, ovvero sempre finanziamenti, ma questa volta in cambio di lavoro. Si tratta di opere pubbliche per la comunità, come la costruzione di una strada per una comunità di agricoltori per esempio, che gli cambia la vita. Ma anche il cash for work nei campi profughi Rohingya, per costruire strade, scale, latrine, ponti.

È  qui che incontriamo un’altra storia di quelle che non dimentichi, la storia di Mohammed, 60 anni, 4 figli. È senza una gamba e lo troviamo su un carrettino a vendere limonata. Ce la offre anche, ma non ce la sentiamo….non sembra molto pulita!  

Il suo sguardo è intenso e, come sempre succede, basta la prima domanda per partire a raffica a raccontarci. È arrivato un anno fa con l’intensificazione delle violenze dei militari, dopo anni di sopportazione di ingiustizie. I militari birmani, si prendevano tutto il riso che producevano (lasciandogliene solo una parte insufficiente per alimentarsi), le loro mucche, fino a prendersi anche le loro case e le loro terre. Le violenze che ci racconta sono sempre agghiaccianti. Un'unica immagine su tutte: bambini piccoli, lanciati in aria, con il macete ad attenderli. Lo dice senza scomporsi, quasi anestetizzato dai suoi ricordi. Nello scappare gli hanno sparato ad una gamba. È arrivato grazie ai suoi parenti in Bangladesh e subito ricoverato all’ ospedale dove gliela hanno amputata. Ora qui ha ricevuto un finanziamento da Azione contro la Fame, grazie al quale è riuscito a comprare il suo carretto e vendendo limonata sopravvive con la sua famiglia.

Chiudiamo la giornata di oggi con il pugno nello stomaco finale: la visita al centro di Azione contro la Fame dove vengono ricoverati i bambini malnutriti che riscontrano complicazioni gravi.

Rozina dice di avere 18 anni, ma io che sono mamma, riconosco gli occhi di mia figlia e non gliene do più di 15/16. Con lei c’è Rezaul il suo bambino di 4 mesi che pesa solo 3.55kg ed è stato ricoverato perché con una brutta tosse. Rozina è bellissima e se Rezaul ha preso da lei grazie ad Azione contro la Fame diventerà anche lui un bellissimo bambino.

A domani, L. 

GIORNO 5 - NON SOLO CIBO E ACQUA

Oggi torniamo a Kutupalong per visitare i progetti di Azione contro la Fame per la salute mentale ed il supporto psicologico. Sì, perché, oltre a tutti i beni primari, le persone qui hanno estremamente bisogno di superare i numerosi traumi che hanno subito per ritrovare la pace e la serenità.

Ci accoglie Jinat, 28 anni, è una psicologa ed è arrivata al campo un anno fa, proprio con la grande immigrazione di massa. Ai tempi aveva appena finito il suo master in psicologia e pensava di fare una esperienza di 3 mesi. Non è più andata via! Ha scelto Azione contro la Fame perché è l’organizzazione dove fanno più formazione e l’ambiente di lavoro è ottimo. Jinat dice una cosa bellissima: "aiutare gli altri migliora il mio Karma e per me la gratitudine delle persone, che grazie a me stanno meglio, è una benedizione". È saggia Jinat, anche se così giovane. Sa bene che ognuno di noi fa del bene anche per stare bene lui stesso!

 

Jinat ha incontrato tante donne e anche alcuni uomini. Inizialmente erano scettici sulla necessità del supporto psicologico. Non capivano bene di cosa si trattava. Non era cibo, non era acqua, non erano beni necessari…a cosa serviva? Non si immaginavano come potesse aiutarli! Spesso dopo la prima sessione, gli psicologi dovevano raggiungerli presso i propri rifugi, per convincerli a tornare. Con il passare degli incontri però tutto cambiava, si aprivano, erano più rilassati, si instaurava un rapporto con i propri psicologi, ne sentivano i benefici. La terapia utilizzata è quella cognitiva comportamentale. Molto concreta: visualizzare le cose irrazionali (ad es. la paura generale dei militari); concentrarsi sul pensiero positivo (ad es. i militari del Bangladesh non sono un pericolo); quindi cambiare il proprio comportamento. Attenzione massima alla persona. Ci sono sessioni di gruppo e sessioni individuali.

Le chiedo l’impatto di tutto ciò sui bambini. Mi risponde con un esempio che da solo basta a comprendere: inizialmente disegnavano solo militari e fucili e fuoco, ora, dopo un anno, disegnano fiori e pesci.

Andiamo poi ad assistere nel concreto ad un gruppo di supporto psicologico per uomini, tenuto da 2 psicologi (uomini) di Azione contro la Fame.

Siamo sempre in tre a muoverci, io, Marco e Gabriele e temo di poter disturbare la seduta, assistendo. Ci sediamo quindi e cerchiamo di essere molto discreti. Gli uomini però quasi non fanno caso a noi, continuano a parlare con gli psicologi come se non ci fossimo, si alternano, uno dopo l’altro. E parlano, parlano. È incredibile. Sono uomini e non è facile parlare dei loro problemi, si sa che le donne sono molto più abituate a farlo. Questa cosa mi stupisce molto. È il metodo di Azione contro la Fame, dove lo psicologo fa solo da moderatore, i problemi emergono e le persone si confrontano tra di loro come in un gruppo di auto-aiuto. Nessuna soluzione, solo il tentativo di fare uscire da loro come superare i problemi, insieme. Emerge che quello che li fa andare avanti è sapere di essere ora al sicuro, in Bangladesh; pregare e essere insieme, ovvero la comunità. La sessione termina con gli esercizi di respirazione. Chi è pratico di yoga e chi ha provato questa tecnica di rilassamento in qualsiasi altro contesto, sa quanto può fare per calmarsi e per ritrovare il proprio equilibrio. Viene suggerito di farlo almeno 3 volte al giorno.

 

Alla fine vogliono parlarci. Vogliono che anche noi conosciamo le loro storie. Ancora una volta questo bisogno di raccontare, che è parte della terapia, perché solo parlarne aiuta a superare i traumi, perche è il loro grido disperato perché qualcuno li aiuti, siano i donatori (che io in questo momento rappresento), siano i media (attraverso Marco e Gabriele), perché l’opinione pubblica possa influenzare le scelte di politica.

Mi colpisce Sowyed, giovane 18enne, occhi svegli, cerca anche di parlarmi in inglese. Ha perso 1 fratello più grande e 1 sorella piccola nel viaggio in fuga dal Myanmar. Se avessero avuto le medicine non sarebbero morti. Lì i militari gli impedivano di andare a scuola. Qui non può andare a scuola. Che razza di futuro lo aspetta? È il primo figlio della sua famiglia e non hanno nulla. SI sente il peso di questa responsabilità.

 

Tutti dicono che torneranno in Myanmar solo se verranno accettate le condizioni che garantiscano loro sicurezza, giustizia e gli stessi diritti dei birmani. Altrimenti non torneranno. Su questo nessun dubbio. Meglio quel poco che hanno qui che il nulla.

Non mancano i bambini in questa giornata. Vi lascio con una foto dei miei amichetti con i quali mi sono tanto divertita: il gioco era immortalarli mentre facevano tante belle smorfie e poi giù a ridere come i matti riguardando le foto! W la vita.

 

GIORNO 6 - E' arrivato il momento dei saluti

È il nostro ultimo giorno a Cox’s Bazar, stasera abbiamo l’areo per Dhaka e poi domani si torna. Torniamo alle nostre famiglie. Nelle nostre case. Ma che ne sarà di questa gente? Come uscire da questa situazione di emergenza?

Ieri sera, abbiamo avuto una lunga discussione con Mahadi Muhammad, il Direttore della divisione di Cox’s Bazar di Azione contro la Fame. È un passionario Muhammad. È in Azione contro la Fame da 8 anni ed è lui che ha gestito i giorni del grande esodo dei Rohinya dell’agosto del 2017. Ce lo racconta con grande pathos:il 26 e il 27 cominciarono ad attraversare la frontiera 100/200 persone al giorno. Il campo di Kutupalong ospitava già rifugiati Rohinya, ma le persone aumentavano giorno dopo giorno e la nostra cucina continuava a sfamare 3000-5000- fino a 10.000 rifugiati al giorno. 

È il 1° di settembre quando Muhammad ed una equipe di circa 30/35 persone di Azione contro la Fame negoziano con il governo del Bangladesh per entrare nella ”no men land”, ovvero nella terra di nessuno, dove sono tantissime le persone che sonoimpossibilitate ad entrare nel paese, stanno morendo di fame e di sete. Entrano con i track e quello che trovano è devastante. Portano acqua e cibo salvando la vita di 3.000 persone. Siamo la prima ONG ad entrare e a portare aiuti. Non ci sono week end, non ci sono orari. Il team di Azione contro la Fame è coinvolto in modo totale, spesso si piange, è una situazione indescrivibile, con i rifugiati che si accumulano giorno dopo giorno.

Intanto anche altre ONG si sono attivate e insieme si riesce a fare pressione sul governo e a farli entrare. Sono stremati, ma vivi. Un team eccezionale quello del Bangladesh, che ora è composto da 1.000 persone e 3.000 volontari.

Sul futuro dei Rohinya Muhammad non riesce ad esprimersi. È tutto molto incerto. Il sistema degli aiuti nel suo complesso ha ricevuto solo il 35% dei fondi che sarebbero necessari, la comunità internazionale deve intervenire con più determinazione, dice.

Con tutti questi pensieri nella testa è ancora più triste oggi congedarsi dal campo. Andiamo di nuovo a Kutupalong e visitiamo le cucine comunitarie, dove si distribuiscono ogni giorno colazione (biscotti altamente nutritivi); pranzo e cena con un menù che varia alternando verdure, uova, carne…700 colazioni,700 pranzi,700 cene a famiglie vulnerabili.

Ognuno arriva con la sua scheda e i contenitori forniti da Azione contro la Fame, prende il pasto e lo porta nel proprio rifugio. La coda si anima dalle 11.30, in ordine e con precedenza per donne incinta e bambini.

Pare che il cibo sia anche buono. Senz’ altro ce la mettono tutta i nostri chef volontari e la nostra brigata.

Abbiamo 8 cucine comunitarie in tutto il campo. Serviamo 7000 piatti caldi tutti i giorni. Perché il cibo è un diritto fondamentale. Non dimentichiamolo.

Eccoci quindi alla fine. 

È il momento dei ringraziamenti.

Grazie a Gemma e a Suchismita che hanno dato vita a tutti i pezzi di questo puzzle dandoci l’opportunità di comporlo.

Grazie a Mahmud che ha accompagnato questo viaggio in modo eccellente sempre con il sorriso e una pazienza infinita.

Grazie a Marco Restelli, collaboratore dell’Espresso, uomo di straordinaria cultura, di quelli che non smetteresti mai di ascoltare e dal quale si ha solo da imparare.

Grazie a Gabriele Cecconi, bravissimo fotografo e grande conoscitore dei Rohingya, che ha studiato e fotografato con grande entusiasmo e passione.

Grazie infine a tutti i Rohingya che hanno voluto raccontarsi e a tutti coloro che ci hanno regalato un sorriso nonostante tutto quello che hanno dentro.

Grazie ai tantissimi bambini che abbiamo incontrato che danno ancora senso alla parola “speranza”, anche in situazioni come questa.

Non ci dimenticheremo di tutti voi. Promesso.

Ancora con più determinazione andremo avanti a fare quello che possiamo anche dall’ Italia: sensibilizzare, informare, raccogliere fondi. Perché solo insieme possiamo costruire un mondo migliore. 

Licia

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