LA RICONQUISTA DI MOSUL NON SEGNERÀ LA FINE DELLA CRISI IRACHENA PER I CIVILI

"Non possiamo aspettare la fine delle operazioni militari per pensare al futuro dell'Iraq". L'appello congiunto delle ONG preoccupate per la condizione dei civili a Mosul e in tutto l'Iraq.
Foto: Lys Arango. Bawiza

Parigi, 11 luglio - Mentre i Paesi della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico si riuniscono questa settimana a Washington, la battaglia per la riconquista di Mosul sta entrando nella sua fase finale. Anche se il governo iracheno ha annunciato la "ripresa" della città, 28 organizzazioni umanitarie sono preoccupate per la situazione dei civili in tutto il Paese.

In una lettera aperta invitano i Paesi membri della coalizione e le forze irachene a non fare della lotta contro lo Stato Islamico una fonte di sofferenza estrema per i civili che subiscono la guerra già da diversi anni.

Lettera completa in allegato

Fin dall'inizio delle operazioni militari per contrastare lo Stato Islamico, i civili hanno dovuto affrontare condizioni di vita drammatiche, spesso vicine all’assedio - Ramadi, Fallujah o Mosul. Sono stati utilizzati come scudi umani, sono stati presi di mira dai cecchini, hanno sofferto la fame e sono stati sottoposti ai bombardamenti continui e al fuoco d'artiglieria della coalizione e delle forze irachene.

Nelle prossime settimane, sarà indispensabile che le parti in conflitto non commettano gli stessi errori. Si stima che oltre 150 000 [1]

 persone siano intrappolate nelle zone di Hawija, Tal Afar e Anbar, dove saranno lanciate operazioni militari. La popolazione rimasta intrappolata in queste zone dovrà ricevere tutta l'assistenza, la sicurezza e la protezione necessarie.

Queste persone avranno bisogno di sostegno, non di diffidenza, dopo aver vissuto per anni sotto l'ISIS. Numerosi rapporti riferiscono che i civili subiscono quotidianamente violenze e violazioni dei diritti umani fondamentali da parte di entrambi gli attori armati.

In tutto l'Iraq, anche a Mosul, le necessità sono altissime per chi ha dovuto abbandonare la propria casa. Molti vivono in esilio per periodi prolungati o sono costretti a spostarsi varie volte. Quasi 2 milioni di persone sono ancora sfollate nei distretti dell'Iraq centrale. Anche nelle aree in cui lo Stato Islamico è assente da più di un anno, non esistono le condizioni per consentire agli sfollati interni di tornare alle loro case in modo sicuro, considerando anche la presenza di grandi quantità di residui esplosivi.

Non possiamo aspettare la fine delle operazioni militari per pensare al futuro dell'Iraq. D’ora in poi, la priorità dev’essere l'impegno collettivo per favorire il miglioramento delle condizioni di vita delle persone e la riconciliazione nel lungo periodo.

28 organizzazioni non governative hanno firmato una lettera aperta che, tra le altre cose, richiede:

  • A tutti gli attori armati di fare del loro meglio per proteggere la vita dei civili e le infrastrutture civili. Garantire l'accesso agli aiuti umanitari a coloro che, al momento o in futuro, si ritrovano intrappolati in offensive militari, come richiesto dal diritto internazionale umanitario.
  • Alla coalizione e ai suoi partner di interagire con gli attori umanitari per assicurare l'accessibilità degli aiuti. Le preoccupazioni in materia di protezione devono essere identificate e affrontate, e l'imparzialità delle organizzazioni umanitarie e dello spazio umanitario dev’essere rispettata dagli attori armati.
  • Alla Coalizione e ai suoi partner di impegnarsi affinché nessuno sforzo compiuto per garantire l'accesso dei civili a zone sicure li esponga a un rischio maggiore.

 




[1]

1 secondo l'analisi ACAPS Iraq Crisi, https://www.acaps.org/country/iraq/crisis-analysis

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